Strumenti personali
Tu sei qui: Home •№2 Unità nella diversità: un paradosso o una scommessa?

Unità nella diversità: un paradosso o una scommessa?

“Sembra un paradosso che le differenze siano la base di una unificazione...”

Francesco Masina

«Come far vivere insieme in modo armonioso tante popolazioni diverse? Come dar loro il senso di un destino comune, di un'appartenenza comune? Dobbiamo cercare di definire un'identità europea? Questa identità potrà conciliare tutte le nostre differenze?». Partendo da questi interrogativi, tutt’altro che semplici e superficiali, nei mesi scorsi alcuni uomini di cultura dei vari paesi europei si sono confrontati per capire se e come le diverse lingue dell’Unione Europea (solamente quelle ufficiali, lo ricordiamo, sono 23!) possano rafforzare l’integrazione tra i suoi popoli. All’inizio del 2008, proclamato “Anno europeo per il dialogo interculturale”, questo gruppo di intellettuali ha pubblicato il risultato del loro lavoro, svolto su incarico della Commissione europea. Il documento, liberamente scaricabile dalla pagina del portale Europa dedicata alle lingue (http://europa.eu/languages), presenta interessanti riflessioni e proposte concrete su come sfruttare la diversità culturale dei popoli d’Europa a vantaggio della loro unione. Sembra un paradosso che le differenze siano la base di un’unificazione, ma nel caso dell’Europa possiamo parlare proprio di una identità fatta di diversità. Il “nocciolo” del progetto che unisce l’Europa - al di là delle valutazioni economiche e politiche - consiste proprio nel concepire come una ricchezza il fatto che all’interno dell’Unione convivano molteplici espressioni culturali: «Il rispetto della nostra diversità linguistica non è soltanto il riconoscimento di una realtà culturale prodotta dalla storia […] È il fondamento stesso dell'idea europea».

L’aspetto più evidente della diversità culturale degli europei è chiaramente quello linguistico. La prassi attuale vede l’inglese utilizzato in tutti i contesti internazionali, soprattutto nel nostro continente, mentre le altre lingue sono relegate ai margini dell’attività pubblica. Mandare “in soffitta” gran parte del patrimonio linguistico dei nostri paesi è un grave errore, perché «ogni lingua è il prodotto di un’esperienza storica unica, è portatrice di una memoria, di un patrimonio letterario, di un’abilità specifica, e costituisce il fondamento legittimo di un’identità culturale». Che quest’ultimo aspetto sia cruciale lo sappiamo bene: quante volte le minoranze cedono alla violenza per rivendicare la propria dignità calpestata? Questo esempio vale anche per la dignità linguistica e culturale, perché dietro a questi concetti apparentemente astratti e fumosi c’è un’identità, c’è un NOI che vi si riconosce.

Nel loro documento, i “saggi” propongono ai cittadini europei di “adottare” una seconda lingua madre, che chiamano «lingua personale adottiva», da scegliere liberamente a seconda degli interessi e delle inclinazioni personali. Scopo di questa “adozione” è quello di immergersi in una cultura - quindi lingua, ma anche tradizioni, usi e costumi, valori e identità - diversa da quella condivisa coi compatrioti. Lo scopo? Godere della ricchezza intellettuale che è garantita quando si viene a stretto contatto con una cultura differente, facendola un po’ propria; aumentare lo spirito di comprensione tra i popoli; promuovere la formazione di un “senso civico europeo”, o “senso di appartenenza europeo”.

Accanto alla diversità linguistica, gli intellettuali interpellati dalla Commissione hanno citato un secondo pilastro dell’Europa unita: l’universalità dei valori fondamentali in cui essa crede: «difendere la dignità dell'essere umano, uomo, donna o bambino, salvaguardarne l'integrità fisica e morale, impedire il deterioramento del suo ambiente naturale, rifiutare ogni umiliazione e ogni discriminazione abusiva legata al colore, alla religione, alla lingua, all'origine etnica, al sesso, all'età, alla disabilità, ecc., sono valori su cui» i popoli d’Europa sono unanimi e desiderano diffonderli anche all’esterno dei propri confini. Il documento ammonisce contro il rischio del relativismo, cioè della tendenza a considerare i valori una “faccenda privata”, soggettiva ed individuale: «Io ritengo importante questo, tu quello, lui un’altra cosa ancora…»: è il caos, l’anarchia, la fine della civiltà.

Cari ragazzi, se i nostri politici sono troppo distratti dai grafici dell’economia e dalla smania di governare, tocca a noi continuare a costruire l’Europa delle persone, delle culture, delle esperienze, delle identità. Forse è un caso che la parola “identità” sia invariata al singolare e al plurale…quel che è certo, invece, è che il motto dell’Unione Europea, “unita nella diversità”, può essere non solo un paradosso, ma anche una scommessa, la scommessa della nostra generazione.

Azioni sul documento
« agosto 2014 »
agosto
lumamegivesado
123
45678910
11121314151617
18192021222324
25262728293031